DIPENDENZA AFFETTIVA: QUANDO MANCA LA RECIPROCITA' NELLA COPPIA

05.05.2018

LA DIPENDENZA AFFETTIVA: QUANDO MANCA LA RECIPROCITA' NELLA COPPIA

Nella mia attività clinica, sempre più spesso entro in contatto con il tema della Dipendenza affettiva. Ma cosa è esattamente la Dipendenza Affettiva? Diciamo che una forma di dipendenza è insita nelle relazioni, di qualsiasi tipo esse siano, genitoriali, amicali, amorose, e molto conta lo stile di attaccamento che i nostri genitori ci hanno tramandato. I dipendenti affettivi sono cresciuti secondo uno stile di attaccamento ansioso-ambivalente, non hanno percepito una base sicura all'interno del nucleo familiare. Possono quindi accudire e farsi accudire secondo due polarità principali: fiducia vs. sfiducia, così come è avvenuto nella loro infanzia tendono a riproporre le stesse modalità, a volte in modo complementare a volte per opposizione. Ma la forma di dipendenza sana si differenzia da quella oggigiorno sempre più sentita, di tipo patologico, quella affettiva. La dipendenza sana è difatti caratterizzata dalla reciprocità tra i membri della relazione.

Quando allora la dipendenza diventa patologica?

Quando i partner non sono più in grado di integrare le polarità di di dipendenza e indipendenza, e si irrigidiscono su una delle due dimensioni. In una relazione sana ci si permette di appoggiarsi all'altro con fiducia senza perdere se stesso, e si è in grado di fare lo stesso con il partner in una dimensione di complementarietà e scambio reciproco.

Adamo ed Eva Tamara De Lempicka

Nella dipendenza affettiva la persona si fissa in una posizione di sottomissione, di subordinazione, si incapacita, e non è in grado di sopportare la solitudine. Avviene una vera e propria distorsione relazionale in cui le persone dipendenti si illudono di poter controllare il rapporto, mostrandosi continuamente compiacenti pur di non essere abbandonate e pur di tenere a bada il senso di angoscia e di vuoto che sperimenterebbero o sperimentano nel momento in cui il partner si allontana. In realtà così facendo perdono la possibilità di essere autentici, spontanei e intimi, concetti fondamentali nella Analisi Transazionale, base per la costruzione della propria autonomia.

La spontaneità permette di agire nel contesto e nella relazione in modo da poter soddisfare i propri bisogni, mentre nella dipendenza affettiva la persona vive esclusivamente in funzione dei bisogni dell'altro.

L'intimità permette di poter essere se stessi nella relazione, non avendo timore di pregiudizi, rifiuti, non accettazione, consente di esprimere con autenticità le proprie emozioni, che non sono mai svalutanti ne verso sé ne verso l'altro e non sono mai incongruenti rispetto al contesto.

Nella dipendenza affettiva, definita quindi come un disturbo della relazione, la persona si irrigidisce su una polarità, o quella dell'appoggiarsi esclusivamente all'altro, senza riuscire a fare appello alle proprie risorse personali, tipico questo della persona bisognosa, oppure sulla polarità opposta che è quella del rifuggire dalla relazione tipica del narcisista. Il narcisista difatti, terrorizzato dal legame affettivo, una volta conquistata la sua preda, è pronto a sfuggire per cercare nuove vittime, questo perché nella sua infanzia non ha ricevuto il permesso di esprimere le proprie emozioni, anzi era invitato a reprimerle, era accettato solo se rispondeva a standard di perfezione, sempre messo al centro dell'attenzione. Manifestare le proprie emozioni per il narcisista è sintomo di fragilità, questo è inaccettabile.

La coppia ideale di una relazione patologica è proprio quella formata da un soggetto affettivamente dipendente, bisognoso, e da un altro soggetto che è totalmente evitante sul piano affettivo.

Il dipendente affettivo nella sua infanzia ha imparato che per sopravvivere nel suo contesto familiare, doveva mettere da parte quelli che erano i propri bisogni, spesso sono persone cresciute in ambienti familiari dove i genitori erano trascuranti per vari motivi, depressione, abuso di alcol o sostanze stupefacenti, o dove è venuto a mancare precocemente un genitore e il bambino ha dovuto troppo presto farsi carico dell'altro genitore.

Il bambino futuro dipendente affettivo ha dovuto imparare a mettere da parte le proprie esigenze, perché nessuno poteva sostenerlo in questo, mentre era lui che doveva accudire un genitore talvolta depresso, alcolizzato o tossicodipendente. Il genitore non era totalmente presente, magari lo era fisicamente ma le sue condizioni psico-emotive non consentivano al bambino di percepire sicurezza, anzi qualsiasi forma di allontanamento diventava fonte di pericolo per la propria incolumità. Prendersi cura incessantemente e morbosamente dei propri cari era anche l'unico modo per evitare ulteriori abbandoni, ed è il modo stereotipato che poi si riperpetuerà nelle relazioni future, come un copione, che si è costruito tramite messaggi genitoriali e situazioni concrete. Il copione di vita infatti, secondo l'approccio analitico transazionale si costruisce in funzione dei bisogni affettivi del Bambino, e della interpretazione che si attribuisce ai messaggi ingiuntivi e controingiuntivi provenienti dalle figure di riferimento. Tale copione influenzerà poi tutto il percorso della vita, salvo che non si decida di avviare un percorso introspettivo, di autoconsapevolezza, che permette di individuare quali sono i meccanismi disfunzionali e di attivare le risorse interne, creando le basi per ridecidere.

Tutto questo comporta che i bambini vissuti in tale clima non sono stati in grado di portare a termine il processo naturale di separazione individuazione e conseguentemente di sviluppare la propria autonomia. Questi bambini sono cresciuti con la convinzione, rispondendo ai bisogni dei propri familiari, di poterli curare, guarire, così loro finalmente saranno visti e amati e realizzati nei propri bisogni, questo schema si ripresenterà anche nelle relazioni future. Tutta questa dinamica familiare contribuirà a impedire lo sviluppo di una sana autostima, a non avere fiducia nelle proprie capacità di problem solving, a non fidarsi nemmeno dell'altro che con la sua incostanza può sparire dal un momento all'altro, generando così il perenne stato di ansia e il bisogno di controllo e perfezionismo tipico del dipendente affettivo, a ricercare ossessivamente relazioni simbiotiche, a sperimentare frustrazione, stanchezza, depressione, ci sono casi in cui lo stesso dipendete affettivo può avviare processi di dipendenza dall'alcol o da sostanze stupefacenti. Se lasciati dal partner possono divenire ossessivi nei loro confronti, arrivando a tempestarli di telefonate, sms, pedinamenti, appostamenti sotto casa. La persona dipendente non riesce a separarsi dall'oggetto d' amore, dalla sostanza, sa che è dannosa ma la ricerca in continuazione. Il rischio di ricaduta, proprio come per un tossicodipendente è sempre dietro l'angolo. Questo continuo alternarsi tra la volontà di liberarsi da una relazione malata e il desiderio ossessivo del partner, e il senso di vergogna che la persona sperimenta, essendo consapevole che qualcosa non va, rende complicata la richiesta di aiuto ad uno specialista. Spesso le persone affettivamente dipendenti si trovano incastrate in relazioni caratterizzate da maltrattamenti continui, psicologici e fisici, ma l'dea della solitudine li fa talmente precipitare nella disperazione da arrivare a minimizzare e giustificare qualsiasi azione irrispettosa del partner, arrivando persino ad attribuirsi la responsabilità, a convincersi che meritano di essere maltrattate, che è colpa loro. Tutto questo si alterna a fasi in cui prevale la lucidità e la persona diviene consapevole che la situazione è inaccettabile, ciononostante non riesce ancora a svincolarsi.

Il trattamento terapeutico è reso difficile dalle resistenze che il dipendete affettivo pone nel processo di guarigione. Si tratta di persone che sono state fortemente traumatizzate nella loro infanzia, e il traumi con afferma anche Siegel comportano difficoltà nello sviluppo dei principali circuiti integrativi, con la conseguenza di rendere deficitaria l'autoregolazione, di incidere negativamente sulle capacità cognitive attentive ed emotive. Siegel utilizza una efficace metafora, quella del fiume che scorre tra due argini opposti, uno rappresenta la rigidità, l'altro il caos, e in mezzo scorre l'acqua che armonicamente si adatta ad essi. Le persone con capacità di adattamento, riescono a trovare un punto di equilibrio tra i due argini, chi è traumatizzato invece si irrigidisce su una delle due polarità, come dicevo all'inizio dell'articolo, su uno degli argini.

"Amatevi, ma non tramutate l'amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una sola coppa, scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane. Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma permettete a ciascuno di voi d'essere solo." (K. Gibran)

Claude Monet


Come intervenire allora? Innanzitutto rivolgendosi a uno specialista insieme al quale imparare nella relazione terapeutica un nuovo modello, che aiuti il paziente a ricentrarsi su di sé, a riscoprire e solidificare la propria identità, a gettare le basi per una sana autostima e autonomia, questo significa innanzitutto scoprire quali sono i propri bisogni e iniziare a prendersene cura, così come farebbe un genitore amorevole, il genitore che non si è mai avuto nell'infanzia, lo può costruire il paziente, uno Stato dell'Io Genitore Affettivo, capace di provvedere al Bambino, attivando le risorse dell'Adulto, capace di risolvere le situazioni nel qui ed ora, con i dati di realtà, e non in base a esperienze pregresse, basate su decisioni infantili.

Dott.ssa Germana Verganti