CHI TENE A MAMMA NUN CHIAGNE!

23.04.2018

Chi tene a mamma nun chiagne'.

Chi ha una madre, non piange

Così celebra un detto napoletano, ma è veramente così?

Picasso-La maternità in rosa

La madre rappresenta per la psicoanalisi e per la maggior parte delle persone l'inizio di tutto.

Probabilmente è stato l'oggetto più studiato nella storia della psicoterapia in genere.

La madre è colei che dà inizio alla vita, con il suo "si" la accoglie, la custodisce, e rimane accanto, durante la crescita, a colui che ha dato alla luce. Ma dentro la figura della madre c'è un dilemma: lasciar crescere dentro il suo corpo, nutrire e dare alla luce ciò che deriva da lei stessa, ma che non è suo e che non le appartiene.

Su questo dilemma si stagliano teorie e archetipi.

Nella psicologia di C.G. Jung(1981) la madre rappresenta un archetipo ambivalente: è colei che nutre e che divora, che salva e distrugge.

Fondamentalmente si identificano nella pratica clinica due patologie legate alla funzione materna (o maternage):

  • La madre rifiutante: che abbandona e trascura e di conseguenza promuove l'interiorizzazione di una figura d'attaccamento assente, emotivamente fredda. Grazie alle neuroscienze sappiamo, che quella che è un'esperienza affettiva diventa una rappresentazione mentale di una relazione(madre-bambino), per cui un bambino con una madre rifiutante si confronterà con l'aspettativa di sentirsi abbandonato, di essere trascurato e con la credenza di essere poco importante o un peso per gli altri, anche da adulto nelle amicizie e nelle relazioni sentimentali. Ciò provocherà il mettere in campo meccanismi di difesa e strategie per evitare l'agognato pre-sentimento, anche quando avrà accanto persone invece accoglienti ed emotivamente disponibili. O ancor peggio il ricercare inconsciamente persone simili alla propria figura d'attaccamento presi dal desiderio, una volta per tutte, di attirare l'attenzione proprio di colei che li ha rifiutati, confermandosi spesso però nell'aspettativa di sentirsi ancora una volta abbandonati.
  • La madre invadente: colei che vive della vita del figlio, succhiando la linfa vitale della vita altrui. Sono madri che decidono per i figli, che non lasciano uno spazio di pensiero e che instaurano relazioni simbiotiche con questi ultimi. Ciò porta ad una difficile differenziazione tra il pensiero proprio e della propria madre, contaminato da un senso di responsabilità sulla propria vita e sull'impatto che le proprie scelte hanno sulla madre. Insomma una vita senza libertà che porta all'interiorizzazione di aspetti angoscianti e persecutori. Sono madri sole o che spesso hanno relazioni di coppia non soddisfacenti e che orientano i loro desideri unicamente nella cura dei figli...Finchè i figli non crescono ed inizia l'adolescenza, ma spesso i figli di madri invadenti vivono un'adolescenza posticipata tra i 20 ed i 30 anni, ed allora iniziano i conflitti. La madre teme di perdere l'oggetto del desiderio su cui ha investito per tutta la vita, privandosi di altre scelte e possibilità, alzando la posta in gioco fino ad arrivare al ricatto: o l'indipendenza o me! Mentre i figli sono investiti da spinte contrastanti: il desiderio di autonomia e differenziazione con la relativa paura del nuovo, di essere soli di fronte a nuovi traguardi, al fallimento, ed d'altro canto il desiderio di tornare in un "porto sicuro" che dà sicurezza, calore, affetto, che ha un costo molto caro: vivere un'eterna infanzia in una continua sottomissione.

Margaret Mahler, parlando delle fasi di sviluppo del bambino descrive la fase di separazione-individuazione come la fase in cui, in una relazione madre-bambino sana, il bambino esplora l'ambiente, sperimenta l'autonomia ed e al contempo stesso la possibilità di tornare dal caregiver(solitamente la madre) per sentirsi rassicurato e protetto. Ciò porta all'interiorizzazione di un'esperienza in cui il bambino può lanciarsi in esperienze nuove, sapendo di poter tornare dal genitore, chiedere aiuto, un consiglio, sentendosi sostenuto ed incoraggiato nell'esplorazione. Ne consegue che svilupperà una rappresentazione di sé come capace di affrontare nuovi stimoli, ed una rappresentazione dell'altro come positiva e affidabile.

Nel caso clinico del piccolo Hans, Freud ci mostra come il piccolo vive l'assenza della madre in modo creativo e costruttivo, per questo come sostiene magistralmente Recalcati, la buona madre, è colei che lascia vivere la sua presenza e al contempo stesso la sua assenza, laddove la sua assenza è uno spazio che il bambino può riempire, inventare, creare, sperimentare, è uno spazio per conoscersi e per scoprirsi, inventarsi e definirsi. E' una madre che ama, ma che non ripone il suo desiderio esclusivamente nel figlio, ma in altro (nella coppia, nel lavoro, negli ideali) e che introduce il figlio alla bellezza del realtà tramite gli occhi pieni di desiderio, con cui lei guarda il mondo.

Che conseguenze ci sono dunque?

Le relazioni con i propri genitori plasmano il modo con cui noi interagiamo con gli altri, la scelta rispetto alla persone di cui ci circondiamo, ma questo vuol dire che chi ha avuto una madre rifiutante o invadente è condannato ad avere difficoltà nelle relazioni e a circondarsi di persone sbagliate? Ovviamanente no! Le neuroscienze ci spiegano che durante tutta la vita si creano rappresentazioni nuove e si imparano nuovi modi di relazionarsi che possono anche curare le nostre ferite, ma come dunque? Con esperienze sane e riparatrici.

Ciò che cambia il nostro modo di leggere la realtà e decodificarla secondo certi schemi è proprio un'esperienza nuova in cui ci sperimentiamo come amati e rispettati ed entriamo in relazione con qualcuno di accogliente ed affidabile. Talvolta però ciò non accade, se la persona non riesce a sbloccarsi rispetto ai suoi schemi ed al suo sistema di credenze, in questo caso la psicoterapia può essere un'ottima soluzione.

La psicoterapia è innanzitutto un'esperienza relazionale che permette al paziente di vivere una relazione intima e rispettosa a cui affidarsi, una relazione in cui la persona può comprendersi, dare senso alla propria storia, e ri-orientare la propria vita verso gli obiettivi desiderati, costruendo insieme gli strumenti utili e necessari per muoversi verso un maggior benessere.

La psicoterapia, come un'efficace esperienza amicale, amorosa, lavorativa positiva, porta a cambiare le proprie rappresentazioni di sé e dell'altro, e a cambiare le proprie connessioni neuronali, come sostengono gli studi sulla Ricerca in psicoterapia (Dazzi, Lingiardi, 2006). La psicoterapia ci predispone ad aprirci al mondo, agli altri, al lavoro e alle nuove possibilità che la persona si era preclusa fino a quel momento.

Dott.ssa Flavia Missi

Psicologa, Psicoterapeuta