GENITORE AGGREDISCE INSEGNANTE

19.06.2018

Uno spunto di riflessione

Tale articolo vuole offrire una riflessione a partire dal fatto di cronaca sottocitato, in cui un genitore ha aggredito il professore del figlio alla notizia della sua bocciatura. Tale articolo non vuole avere la pretesa, di capire, sapere, interpretare tale episodio, o le intenzioni degli attori coinvolti, ma apre semplicemente uno spunto per interrogarsi rispetto a fenomeni sempre più frequenti nel panorama scolastico: le aggressioni dei genitori verso i docenti.

https://roma.repubblica.it/.../_suo_figlio_e_bocciato_il_padr.../

Perciò mi chiedo: come è possibile arrivare a tanto? Cosa succede ad un genitore per arrivare a reagire così?
Sempre più spesso a scuola, si vedono genitori ciechi incapaci di vedere le insufficienze, i limiti o le bravate dei figli;
e' un'incapacità a rendersi contro della realtà, una mancanza di consapevolezza o cos'altro?
Una vasta letteratura in psicoanalisi mostra come i figli siano spesso oggetti narcisistici per i genitori, estensioni del proprio Sé, per cui più che una mancanza di consapevolezza dietro al coprire, giustificare, sminuire il comportamento dei figli
sembrerebbe un'incapacità dei genitori stessi a tollerare il limite del figlio, così come a tollerare il proprio.
Ma qual'è la causa di questa incapacità? Per insegnare a tollerare i propri errori, serve sapere affrontare e tollerare i propri limiti e per farlo serve una funzione mentale che gli analisti transazionali chiamano SDG (Stato dell'Io Genitore) in particolare un genitore protettivo che riesca a sostenere, contenere, incoraggiare la persona, che sappia tollerare l'errore, che dialoghi con l'individuo dicendogli di essere amabile e degno di amore, nonostante i propri errori. Ciò può avvenire solo se l'individuo ha fatto esperienza di questa sguardo paterno gratuito, libero e incondizionato. Altresì la persona elaborerà strategie per compensare il proprio senso di insufficienza (che sperimentiamo tutti) con evitamento o con modalità ipercompensatorie. Ed ecco che il figlio, non è più un altro da Sé, una freccia nella propria faretra, ma diventa un oggetto-Sé che in modo violento deve riscattare e restituire un'idea di grandiosità, di potenza, di ammirazione. Ne consegue che tutti coloro che provano a rimandare qualcosa di diverso, non si voglia in veste ufficiale, verrà visto come un oggetto persecutorio che mina il proprio equilibrio e che pone la persona in contatto non solo con i propri limiti, ma con l'idea più drammatica di non poter esistere, di non esser degno di esser amato fuori da quell'ideale costruitosi.

La realtà è che l'oggetto persecutorio con cui la persona fa i conti è un oggetto interno, non una persona reale, di conseguenza qualsiasi regola viene percepita non come protettiva e funzionale alla tutela e alla libertà propria e altrui, ma castrante, opprimente, qualcosa contro cui ribellarsi o soccombere (ne è un esempio in letteratura Freud; Totem e Tabù, in cui i fratelli sottomessi dal padre, si alleano per ucciderlo e per placare il senso di colpa creano il Totem del Padre da venerare). In entrambi i casi il soggetto si percepisce vittima e figlio, non riuscendo a fare il salto di qualità da figlio a padre ed in tale conflitto alimenta la sua immobilità. Rimane una logica cannibale in cui prendere tutto piuttosto che offrire e donare.

Ecco che la violenza sembra l'unica alternativa per una difesa paranoica contro chi vuole usurpare il diritto a esistere. Probabilmente non sarà questo il caso, questo articolo mi ha solo offerto uno spunto di riflessione rispetto a situazioni, purtroppo sempre più frequenti di cui vediamo solo l'epicentro, ma le radici che portano una persona a reagire in questo modo non possono non intrecciarsi con un disagio e con un percezione alterata della realtà, a cui l'unica risposta è ritrovare qualcuno che questo sguardo paterno, gratuito e incondizionato lo abbia o lo abbia sperimentato e possa farci sperimentare, come bambini, un nuovo modo di essere visti, di essere figli, alla luce di un nuovo genitore, amorevole e protettivo. M. James direbbe un self-reparenting, una ri-genitorializzazione per mostrare che è possibile vivere diversamente, scevri da condizionamenti e ricatti che le persone si costruiscono per sopravvivere a situazioni di disagio. Il self-reparenting è una tecnica che si prefige l'obiettivo di analizzae lo SDG dell'individuo e di costruire un nuovo dialogo interno attraverso il quale la persona si sperimenti figlio/a amato e desiderato di un genitore che dona la propria presenza, ma anche la sua assenza e che pone le basi per la strutturazione delle funzioni genitoriali.

Flavia Missi

Psicologa, Psicoterapeuta