Se diamo amore, riceviamo amore. E' davvero così?

04.10.2018

Fin da bambini si cresce con questa idea che troveremo il principe azzurro, l'amore perfetto, complici favole che ci vengono narrate dall'infanzia, caratterizzate da storie di amore fatte sì di tribolazioni, avventure, ostacoli, ma di natura prevalentemente esterna, e che terminano sempre con il classico lieto fine. Alla fine della storia il  principe azzurro arriva, salva la sua amata, come per Biancaneve, Cenerentola, la Bella addormentata nel bosco, e vissero tutti felici e contenti. Oppure la fanciulla salvatrice che bacia il suo rospo e questi magicamente di trasforma nel suo perfetto principe azzurro. 

La Principessa e il ranocchio, Disney

Certamente è bello credere nelle favole, e queste ci insegnano che nonostante mille difficoltà, rappresentate da draghi, streghe e peripezie varie, la speranza debba essere sempre coltivata e che la resilienza sia un fattore fondamentale per rialzarsi ogni volta e proseguire il proprio tragitto. Spesso però manca nella realtà questo aspetto così idilliaco dell'amore perfetto, che salverà noi e l'altro. Più spesso, soprattutto ai giorni nostri, sembra ci sia un dilagare di storie di amore tormentate, non tanto per draghi e streghe esterne alla relazione, quanto per problematiche interne, per schemi relazionali che tendiamo a ripetere inesorabilmente come un copione già scritto. Eric Berne, fondatore dell'Analisi Transazionale, ci insegna che noi possiamo sempre riscrivere il nostro copione, che si basa sì su una decisione presa nell'infanzia, ma che è possibile, in qualunque momento ridecidere, andando nella direzione di un cambiamento che sia funzionale.

"La felicità...sorge invece dal profondo di qualunque essere umano giunga a conoscere la verità." (Marcia Grad Powers)

Conoscere la verità, cosa significa? Decidere di porre l'attenzione su se stessi, sui propri bisogni, desideri, a riscoprirne l'autenticità, per imparare a stare innanzitutto in armonia con sé e poi con l'altro in una sana relazione.

Ma cosa intendiamo per relazione sana? Quella basata sulla reciprocità. sulla complementarietà, sulla fiducia, sul rispetto. E invece sempre più spesso, nella mia pratica clinica, o nell' aprire un giornale di cronaca , riscontro che la realtà può essere ben diversa. Sono sempre di più le persone che si lamentano di essere "incappate" in una relazione tossica, di essere state manipolate, di aver creduto di aver trovato il principe azzurro, che si è poi mostrato come un carnefice persecutore. Ma è davvero tutto così casuale? Talvolta si, di rado, può capitare effettivamente di conoscere una persona che ci sembra proprio quella giusta e poi purtroppo si rivela fonte di disagio, ma la persona che ha un funzionamento sano, pur soffrendo si protegge, si prende cura di sé e chiude la relazione.

Più frequentemente c'è chi proprio non può fare a meno del partner nonostante la relazione sia malata, caratterizzata come dicevo da manipolazione, violenza psicologica, gaslighting, future faking, e peggio ancora umiliazioni, vessazioni, percosse, fino a leggere o sentire nei telegiornali casi di cronaca nera da brivido. E allora perché si persevera così in queste relazioni malate? Spesso si ripete un pattern, un modello relazionale che si è appreso nella propria infanzia e adolescenza, solitamente all'interno del nucleo familiare, ma è possibile anche che intervengano fattori esterni, come la mancata accettazione da parte del gruppo dei pari, o manifestazioni di bullismo, che minano gravemente l'autostima della vittima che inizia a convincersi di non essere ok, e di non essere degna di amore.

Molti avranno capito che mi riferisco a un modello di relazione distorta, disturbata che è quella della Dipendenza affettiva, o in altri casi della Codipendenza. La Dipendenza Affettiva è disturbo della relazione  caratterizzato appunto dalla distorsione di sé e del partner, che è chiamato controdipendente e solitamente è una persona con un Disturbo Narcisistico di Personalità, o Borderline, o Antisociale. Il controdipendente appare inizialmente come una persona estremamente affascinante e carismatica, che elargisce attenzioni (fase di love bombing), per conquistare la sua preda, solamente con l'obbiettivo di avere approvvigionamento narcisistico. Questi individui provocano una profonda sofferenza nel partner, e tale sofferenza va riconosciuta alla vittima che spesso è in preda a sensi di colpa, crede di essere responsabile dell'andamento pessimo della relazione, si pone dubbi sul proprio agire. In realtà la dipendente affettiva esce da queste relazioni distrutta, profondamente ferita, e di questa ferita deve prendersi cura, farla cicatrizzare, ponendo attenzione su sé, andando alla ricerca di quei traumi arcaici, di quei modelli relazionali disfunzionali interiorizzati che la portano a ripetere sempre lo stesso schema con i partner. Si tratta spesso di vittime che sono state abusate nella loro storia, maltrattate, che si sono responsabilizzate precocemente rispetto le tappe evolutive, che sono cresciute in un ambiente anaffettivo o con l'dea che qualsiasi cosa facessero non era mai abbastanza per essere viste e amate. E allora chi meglio di un narcisista maligno per portare avanti questa sfida, con l'illusione di uscirne vincenti, e dire che finalmente se possono essere amate da un uomo caratterizzato da onnipotenza, grandiosità, crudeltà, possono essere degne d'amore? (O viceversa, chi meglio di un narcisista maligno per confermarsi l'idea di sé di non essere meritevoli di amore?) Purtroppo non è così, non basta baciare il ranocchio per risolvere i propri traumi e avere l'amore che si merita. Serve prendersi cura di quel bambino che non è stato rispettato, amato, che non ha potuto esprimere i propri bisogni autentici. Serve ascoltare quel bambino, attivando la propria parte adulta, con i dati di realtà, nel qui e ora, prenderlo per mano come farebbe un genitore amorevole e protettivo. Bisogna comprendere che il narcisista è incapace di amare e di essere empatico, è incapace di riconoscere i propri bisogni coperti da un Falso Sé, e non potrà mai realizzare il bisogno di amore della partner, in quanto totalmente egoriferito. Spesso però c'è a livello inconscio un patto familiare ( un vincolo di lealtà invisibile) che la vittima del narcisista, ma non solo, porta avanti, il fatto ad esempio di essere cresciuta in un contesto familiare dove non è stata vista dal padre, e di continuare a perseverare in tale schema relazionale, è un modo per dichiarare amore eterno al padre. Questo, è ciò che L.S. Benjamin chiama dono d'amore, e spiega perché alcuni pazienti siano particolarmente perseveranti in relazioni tossiche e conseguentemente resistenti e refrattari al trattamento psicoterapeutico. La vittima è particolarmente fedele ai suoi sintomi, e la spiegazione di questo va ricercata nello stile di attaccamento con le figure di accudimento; la persona interiorizza il modello relazionale con la figura di attaccamento e la sua rappresentazione interna. Queste rappresentazioni interne di sé e dell'altro vengono introiettate e orientano come una bussola il comportamento della persona; si crea quindi uno schema vero e proprio dell'immagine di sé, dell'altro e del mondo.

Cosa accade allora?

Che le persone continuano a ripetere anche successivamente queste modalità relazionali, anche se non sono più funzionali, e lo fanno perché sono le uniche che conoscono, che sono familiari, pertanto, paradossalmente infondono un senso di sicurezza, è un po' come scegliere il male minore, <<sto in una relazione maltrattante, perché mi è familiare, tutto il resto mi spaventa perché non lo conosco e rappresenta il vuoto, l'annientamento di me stesso>>, è come se ci fosse una forte e potente ingiunzione a non esistere, che pur di non essere sentita perché troppo dolorosa, viene attutita dall'accettare modelli relazionali malsani, in parole semplici, facendo un esempio, è come se il bambino fosse cresciuto in un contesto dove la madre sgridava costantemente il figlio se non faceva ciò che lei imponeva, quindi il bambino non era amato incondizionatamente e considerato importante nella sua autenticità, non poteva essere libero di esprimersi in modo spontaneo, bensì poteva solamente adattarsi al volere genitoriale pur di ricevere un qualsiasi tipo di attenzione, persino una carezza negativa è meglio della totale indifferenza.

Quali sono i processi di copia, di cui parla Benjamin, esito delle interiorizzazioni?

Identificazione per similitudine: il paziente si comporta come la figura interiorizzata, ad es. come la madre, se questa era una donna che subiva le violenze del marito, potrebbe accadere che il paziente si comporti esattamente come la madre sottomettendosi. "Sono come te, ti amo e ti perdono; amami per questo".

 Identificazione per opposizione: la persona reagisce in maniera opposta a quella che osservava nel proprio genitore o altra figura di attaccamento, per cui tornando all'esempio di prima, anziché sottomettersi eserciterà controllo sull'altro. "Farò tutto quello che non sei tu, voglio che tu lo sappia, arrenditi e amami".

Ricapitolazione uguale: il paziente agisce come se si trovasse davanti sempre la figura di riferimento, se da piccolo veniva continuamente attaccato dal padre, allora nella situazione attuale si metterà sempre sulla difensiva. "Le tue regole sono le mie, vi farò fede per sempre, quando lo capirai mi amerai".

 Ricapitolazione per opposizione: la persona si comporta in modo opposto a quello desiderato dalla figura di attaccamento, finché non è accettata secondo le proprie condizioni e non quelle attese dall'altro. "Farò l'opposto di quello che mi chiedi finché non ammetterai che ho ragione e mi amerai così come sono".

Introiezione: il paziente si tratta così come veniva trattato dal genitore, se gli veniva sempre detto "non sei capace", da grande si svaluterà costantemente ( non sono capace, non sono in grado, non ce la faccio). "Mi tratto come hai fatto tu, sono d'accordo con te, amami per questo".

Perché si utilizzano i processi di copia?

I processi di copia sono mantenuti dalla speranza di mantenere la prossimità psichica con le persone importanti con cui si è cresciuti, ad es. se il paziente agisce rispettando le regole del padre, lo fa per avere l'approvazione e l'amore, anche se condizionati.

I processi di copia sopra riportati si possono ritrovare in qualsiasi tipo di relazione, possono ad esempio essere utili per comprendere come mai si scelgono spesso partner con determinate caratteristiche, dando vita a rapporti disfunzionali e patologici, e riproponendo comportamenti e vissuti della propria storia familiare, spesso senza averne consapevolezza; tutto questo al fine di mantenere la vicinanza psichica con le figure di attaccamento. I processi di copia servono quindi proprio per manifestare il proprio dono d'amore, anche a costo di sacrificarsi e perseverare in comportamenti distruttivi. Se da bambina una paziente ha vissuto in una famiglia dove il padre picchiava la madre ripetutamente, probabilmente sceglierà da grande, uomini con caratteristiche simili a suo padre manifestando così la fedeltà alla figura genitoriale. Oppure in un soggetto con un Disturbo di Personalità Dipendente, dove il dono d'amore può essere riassunto in "finché ci sei tu va tutto bene, senza di te non posso sopravvivere", la posizione assunta dalla persona è quella della sottomissione ad una persona dominante, che dovrebbe rispondere ai suoi bisogni. Questo perché i genitori non hanno smesso di accudire il figlio al momento opportuno, ma sono diventati controllanti e iperprotettivi, si sono sostituiti a lui nelle pratiche quotidiane, mandandogli il messaggio "sei fragile, non sei capace". La persona quindi, proprio perché si sente inadeguata e incompetente, cercherà qualcun altro da cui dipendere, anche a costo di subire abusi e maltrattamenti.

Dott.ssa Germana Verganti, psicologa-psicoterapeuta

Bibliografia:

Benjamin L. S. (2003). Terapia Ricostruttiva Interpersonale. Las, Roma, (2004).