Senso di fallimento e ritiro sociale…                E' sempre narcisismo?

01.10.2018

  • Cosa si intende esattamente per paura del fallimento?
  • Quando questo timore è così forte da bloccare una persona in alcune scelte, lasciandolo incastrato in un'eterna adolescenza?
  • Che nesso c'è tra la paura di fallire ed il narcisismo?

In una società così performante, che chiede produttività, risultati brillanti e velocità sembrerebbe facile sbagliare, sotto la spinta di così tante pretese, ma per alcuni il senso del fallimento precede l'esperienza stessa, tanto da provocare un blocco evolutivo nella persona.

La paura di fallire consiste in un elevato livello di timore, con una conseguente attivazione fisiologica(tremore, sudorazione, tachicardia, balbettio, senso di inadeguatezza, confusione) spesso dovuta ad una fantasia anticipatoria in cui la persona immagina di trovarsi di fronte ad una prova (un'uscita con una ragazza, un colloquio di lavoro, una riunione, un esame...) e inevitabilmente sbagliare.

Lo stimolo temuto però, non sembra essere l'errore, ma piuttosto il vissuto ed i pensieri legati ad esso, la persona ad esempio immagina di leggere negli occhi dell'altro un giudizio critico, sgradevole, di inadeguatezza, immagina di sentirsi deriso, umiliato, di fare la figura dello scemo, dell'ingenuo. La persona teme così tanto di fallire che può aver scelto, inconsapevolmente, di ritirarsi in una nicchia depressiva e di non provare più a dare un'esame, a sostenere una prova, a uscire con una ragazza per non incorrere nel rischio di sbagliare e di rivivere la terribile esperienza dell'umiliazione.

Ma da dove ha origine tutto ciò?

Spesso le persone che temono così tanto di sbagliare, hanno vissuto nella loro storia delle reali esperienze in cui sono stati umiliati, probabilmente nella loro infanzia, da persone significative come i propri genitori, a volte anche davanti ad altre persone. Il senso di umiliazione è stato così castrante ed annichilente che la persona invece che strutturare un sano narcisismo ed aver la capacità di sostenersi e di stimarsi, mette in atti meccanismi di difesa per evitare di soffrire. L'evitamento infatti è un meccanismo di difesa che porta le persone ad evitare situazioni stimolo in cui potrebbe sentirsi a disagio, soffrire.

Molte persone però rinunciano in questo modo a possibilità importanti per la loro felicità: a conoscere persone nuove, a cambiare lavoro e talvolta con una feroce autocritica si incolpano dell'incapacità di affrontare sfide e cambiamenti e si autocondannano ad una vita infelice.

Come se dicessero: "Non riesco mai a portare a termine qualcosa, perché mollo, o perché sono pigro o poco capace, e mollo perché temo di sbagliare" in un circolo vizioso.

Dal punto di vista evolutivo la capacità di amarsi e stimarsi deriva dallo sviluppo di un narcisismo sano (inteso come amor proprio), infatti se il bambino si sente amato, rispettato, stimato potrà interiorizzare questo sguardo e strutturare dei pensieri positivi su di sé, ad esempio: sono importante, quello che penso è degno di essere ascoltato, sono una persona interessante ed amabile. Nel modello analitico transazionale (Berne, 1961) potremmo dire che la persona interiorizza un Genitore Protettivo positivo, che gli permette di utilizzare la facoltà dell'Adulto per auto-valutarsi, e alimenta un Bambino Libero, che gode nel sentirsi amato. Diversamente avverrà se il bambino sarà sottoposto a messaggi di critica e svalutazione, allora interiorizzerà un Genitore Critico negativo, alimentando e mantenendo da una parte un Bambino adattato negativo, che tenta ovvero di ottenere la stima altrui con strategie che ha colto essere funzionali (se diventerò il primo della classe, mamma mi vorrà bene) ma anche un Bambino solo che rappresenta la parte più autentica e sanguinante di queste personalità, che rappresenta un bambino che non si è sentito amato e rispettato, se non quando rispondeva alle aspettative altrui. Solitamente in un'ottica di evitamento, l'adulto evita di stare in contatto con il Bambino solo, la cui voce è spesso censurata e allontanata dalla consapevolezza, per essere sostituita con aspetti di sé meno autentici e meno dolorosi.

A partire da questo nucleo comune, la persona può sviluppare strategie di ipercompensazione e costruire un'immagine di sé onnipotente e grandiosa, richiedendo agli altri di essere ammirato e lodato, oppure può sviluppare strategie di evitamento e costruire un immagine di sé misera e svalutante, nonostante il forte desiderio di sentirsi stimato, notato e apprezzato. Queste ultime sono persone che sembrano depresse, con bassa autostima, che evitano di stare al centro dell'attenzione e che temono fortemente di fallire, fare brutte figure e di sentirsi umiliati nonostante invece coltivino fantasie onnipotenti e di riscatto della propria posizione sociale.

Nel primo caso avremo una personalità da narcisista onnipotente descritta da Kernemberg(1978) nel secondo caso una personalità da narcisista ipervigile descritta da Khout(1971). In entrambi i casi si parte da un narcisismo ferito ed in base alle strategie di adattamento del singolo si svilupperà l'una o l'altra patologia, o più semplicemente tratti di personalità inerenti ad uno dei due quadri diagnostici.

Anche in questo ultimo caso si può parlare di narcisismo?

Si, Khout enuclea le caratteristiche del narcisista ipervigile distinguendo tra:

disturbi narcisistici della personalità: frammentazione, indebolimento o alterazione del Sé temporanei, manifestati prevalentemente da sintomi autoplastici, come l'ipersensibilità alle offese, l'ipocondria, o la depressione. Il quadro dell'ipervigile.

disturbi narcisistici del comportamento:frammentazione, indebolimento o grave alterazione del Sé temporanei, manifestati prevalentemente da sintomi alloplastici, come la perversione, la delinquenza o la tossicodipendenza. Il quadro del narcisista onnipotente.

Nel primo quadro psicopatologico, meno noto e meno grave, la persona può essere convinta di alcuni messaggi(Ingiunzioni) provenienti dagli SDI(Stati dell'Io) dei propri genitori reali, che esegue in automatico, come ad esempio:

  • non farcela;
  • non essere importante;
  • non essere te stesso;
  • non essere intimo;

Ciò comporta non solo quanto descritto: ma un'incapacità nel contattare aspetti di sé vulnerabili e intimi, ed un evitare una relazione intima che metterebbe a repentaglio il falso-Sé che la persona ha strutturato come difesa.

Qual'è il trattamento in questo caso?

Consolare o aiutare queste persone, sembra talvolta impossibile, perché convincerle di valere e di avere le capacità di riuscire a portare a termine degli obiettivi può esser interpretato come una scure che si abbatte sulla loro precaria autostima e provoca una maggiore critica, rispetto a ciò che finora hanno raggiunto, perciò il trattamento con queste persone prevede un delicata ed empatica accoglienza che si struttura nelle seguenti fasi:

  • una prima fase in cui entrare in contatto con la parte più autentica e ferita della persona, il vissuto di bambino umiliato, rintracciando nella memoria episodi significativi in cui è stato oggetto di critiche e svalutazioni e mostrando empatia e comprensione, al fine di promuovere un atteggiamento di amorevolezza e tenerezza verso di sé piuttosto che di autocritica;
  • lavorare sulle capacità dell'Adulto di rintracciare momenti in cui la persona non si è sentita umiliata ed è riuscita a definirsi, a portare a termine un obiettivo, a costruire una relazione, per contrastare i messaggi svalutanti.
  • Promuovere la consapevolezza di come la persona si blocchi e perché.
  • Sviluppare un Genitore Protettivo che contrasti il Genitore critico al fine di sostenere la persona ed aiutarla a stimarsi e a valutarsi in modo obiettivo, al fine di attuare una ridecisione, come ad esempio:

A: Se tutti mi stimano allora sono importante e degno di amore

Messaggio sostituto con

B: Sono importante e degno di amore a prescindere dai miei successi.

La terapia con queste persone è molto complessa perché al di là di un apparente distacco da sé nascondono un nucleo fragile, per cui toccare questi aspetti è già una grande conquista, segno di fiducia, in compenso hanno una prognosi migliore rispetto ad un quadro da narcisismo onnipotente ed una migliore capacità di costruire relazioni.

Dott.ssa Flavia Missi

Psicologa, Psicoterapeuta


Bibliografia

Berne, E. (1961) Analisi Transazionale e Psicoterapia, Roma, Astrolabio-Ubaldini.
Kernberg, O. (1978) Sindromi marginali e narcisismo patologico, Roma, Bollati Boringhieri.
Khout, H. (1971) Narcisismo e Analisi del Sé, Roma, Bollati Boringhieri.